SER en la Alliance Francaise de San Salvador

Propuesta artística multidisciplinaria que cuestiona la "seguridad” en que vivimos.
Cada uno/a la vive según su propia realidad. ¿Verdad?

La propuesta fue desarrollada en La Alliance Francaise de San Salvador, el público tuvo la oportunidad de decidir entre permanecer en la Sala Principal o visitar alguna de las 7 Salas Anexas donde se desarrollaron 7 presentaciones en vivo durante 30 minutos y de manera simultánea. Se invitó a diversos artistas a trabajar su propio concepto de seguridad en sus diversas ramas. Además,se grabó en vivo, un programa radial por internet donde se abordó el tema de seguridad
frente a los/as expectadores/as. También en vivo desde la Alliance. El resultado de esta experiencia es un Vídeo de 32 minutos con secuencia de 5 seg. en cada performance. Esta frecuencia terminó fundiendo las diferentes propuestas en una trenza multidisciplinaria.

“Tejemos redes que nos protegen, pero también nos encierran...”

29 oct. 2008

Iolanda Ratti escribe desde Italia sobre SER de Guillermo

In un sistema video a circuito chiuso una camera è posta in un ambiente e riprende in diretta degli avvenimenti che vengono simultaneamente trasmessi su un monitor, che può essere situato nella stanza stessa dell’evento o in altro luogo.
A meno di cinquant’anni dai primi esperimenti artistici con il video questi concetti sembrano scontati. Ma dovevano suonare come una vera rivoluzione per i pionieri di allora, affascinati dalla possibilità reale dell’ “ubiquità”, di essere in un posto e vedere in contemporanea quello che accade in un altro luogo, o di osservare sé stessi compiere un’azione e poterla simultaneamente registrare in uno specchio magico dotato di memoria. Si pensi ai Video Corridors di Bruce Nauman o alle installazioni di Peter Campus, o ancora all’‘estetica narcisista’, dal noto saggio di Rosalind Krauss, di Vito Acconci.
Il monitor diviene filtro e tramite per la comunicazione tra lo spettatore e l’artista, che si lascia vedere e allo stesso tempo sostituisce il proprio occhio limitato con quello onnipresente della camera per poter “spiare” il pubblico.
Non è un caso che le camere di sorveglianza industriali o poliziesche siano state tra i primi materiali ad attrarre gli artisti tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta. In un noto saggio del 1988 Anne Marie-Duguet individua i dispositivi ricorrenti nelle opere che utilizzano il video come medium, e ne elenca le peculiarità. Tra questi un paragrafo è dedicato proprio al congegno di sorveglianza, indagato per le sue proprietà di onniveggenza, continuità nella ripresa, invisibilità dell’operatore, circolarità e reversibilità degli spazi, ovvero interscambiabilità tra interno ed esterno.
Negli stessi fecondi anni molti artisti, e non solo, intravedono nel video una possibilità per una “democratizzazione” del processo creativo, in cui la distanza tra produttore e spettatore sia azzerata e l’arte immediatamente e globalmente disponibile. L’utopia di un’avanguardia di massa viene sostenuta da numerose emittenti alternative, quali la WGBH di Boston e la WNET di New York.
E proprio alla WNET il 1° gennaio 1984 Nam June Paik realizza Good Morning Mr. Orwell, la sua prima “installazione satellitare internazionale”, il suo “contributo diretto alla sopravvivenza umana”, dalle sue parole. Si trattava della trasmissione simultanea a New York e al Centro Pompidou di Parigi, collegata anche con la Corea del Sud e con la Germania, di una serie di interventi artistici di vario tipo realizzati, tra gli altri, da John Cage, Joseph Beuys, Laurie Anderson, Merce Cunningham e Robert Rauschenberg. La trasmissione raggiunse venticinque milioni di persone…
Ma torniamo al presente.
Quello che oggi presenta Guillermo Araujo non è solo uno spettacolo live, anche, ma non solo. Non è certamente una mostra di dipinti, ma è anche quello. È una trasmissione radio? In parte. Un’azione sociale? Anche.
Nelle sale de la Alianza Francesa l’artista propone Seguros En Redes, un’installazione che invade i diversi spazi dell’edificio con una serie di performances simultanee della durata di circa mezz’ora dedicate alla danza, alla musica, alla poesia, al teatro e alle arti visive. In ciascuna stanza l’occhio onnipresente della camera sorveglia lo spettatore, che, al sicuro, può decidere di seguire le performance dal vivo o in trasmissione diretta su uno schermo montato nella sala principale. Allo stesso tempo uno studio radiofonico permetterà di seguire l’evento in rete. Sempre al sicuro.
Guillermo costruisce un luogo di confronto, in cui spettatore, artista e performers possono incontrarsi nello spazio virtuale di un non-luogo, la rete. L’isola che non c’è, il paese dei balocchi, un crocevia di vivacità culturale che in maniera inedita e intelligente si presta non solo ad un’ interazione commossa e divertita, ma prende in considerazione uno dei temi più attuali in Salvador e in America Centrale, quello della sicurezza. Nel suo solito stile ironico l’artista decontestualizza il dispositivo della videocamera dall’uso di quotidiano e vi trova un uso ludico, divertente, squisitamente leggero.
Nell’Ottocento Wagner elabora la teoria della Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale in cui i confini tra le tecniche si dissolvono. Il lavoro di Guillermo Araujo è degno dei migliori esperimenti di Fluxus, e non ci stupisce, abituato com’è ad incursioni in ambiti diversi. Con un passo ulteriore: la diffusione tramite internet.
Sarà forse la rete, come già teorizzato da molti, il vero luogo di un’arte davvero democratica e condivisa? Forse, o forse no, ma oggi dall’Europa io potrò vedere all’azione un artista, un amico, dall’altra parte dell’oceano, in diretta. E non è poco.

Octubre 2007, Milán, Italia

Iolanda Ratti
Asistente conservadora

Museo del Novecento, Milán
Comune di Milano, Settore Musei e Biblioteche
Direzione Civiche Raccolte d’Arte
Castello Sforzesco, 20121 Milano

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